❝ Non ti preoccupare. Per uno scrittore, è tutto nell'opera. Non è necessario aggiungere spiegazioni superflue❞. (Tengo)
❝ La maggior parte delle persone è incapace di giudicare il valore dei libri. Però nessuno vuole rimanere fuori dalla corrente che muove il mondo❞. (Komatsu)
Non avevo mai letto un sol romanzo di Murakami Haruki. Era uno di quegli autori che a pelle non mi ispiravano fiducia e che puntualmente schivavo al momento di scegliere il libro da portare via dalla biblioteca o dalla libreria. Adocchiavo i titoli spesso stimolanti, mi dirigevo in quarta di copertina, leggicchiavo gli incipit, posavo il libro. Per convincermi a superare le mie remore e intraprendere la lettura del suo ultimo romanzo ci è voluta una sequela di tweet scritti da alcuni lettori la cui opinione tengo sempre in conto. @zeropregi, @baruda, @yamunin, @adrianaaaa, @platipuszen e molti altri mi hanno trascinato a procurarmi quel testo. E non sono stato il solo smosso da quei tweet, che parevano così sentiti da risultare maledettamente convincenti (anche se a qualcuno l'overdose di commenti e citazioni ha causato l'effetto inverso!).
Ringrazio l'entusiasmo contagioso di quei tweeps murakaniani perché sebbene il libro in questione - 1Q84 (parte 1 e 2) – non mi abbia completamente rapito come ha fatto con loro, mi sono proprio divertito a leggere le storie che gravitano intorno ai protagonisti Tengo e Anoname e alla due lune sopra le loro teste.
«Noi siamo come i cani di Pavlov. Pavlov suona il campanaccio. E noi
corriamo. Perché quando il campanaccio suona, bisogna correre. È così
che va. È automatico. Pure coi morti è così. C’è un morto. C’è la
rabbia. C’è il ricordo. È così che va. È automatico». ("La Profezia dell'Armadillo", Zero Calcare)
Twitter annunciava censure. Immediata la reazione di molti utenti inferociti, talmente immediata da sembrarmi poco informata e impulsiva. Parimenti poco informato, spronavo me stesso a seguire almeno ogni tanto il provocatorio consiglio inciso sullo sfondo del mio profilo: sfanculeggiare Twitter e (ri)cominciare a "scriverlo" sui muri. La mia amica @valijolie - connessa tanto ai social media quanto ai movimenti - rispondeva così:
Appena un paio di giorni dopo, proprio una scritta su un muro, demistificata ad arte, è stata il facile bersaglio di unamannaracollettiva
a colpi di tweet, fomentata principalmente da un paio di utenti molti
seguiti e spesso dediti a "giocare" con hashtag e trending topics.
Lo scrittore catalano Jordi Cervera in versione "pajarito" di Twitter
Qualche tempo fa #twitteratura è stato l'hashtag (trending topic) usato per parodiare titoli di opere letterarie farcendoli di espressioni proprie del gergo di Twitter. Scorrendo i tweet contenenti questo hashtag, ci si accorge facilmente come nel complesso il risultato si riveli piuttosto banale. Ma #twitteratura è stata ed è anche la parola usata, tanto in Italia quanto in Spagna e nei paesi sudamericani, per indicare esperimenti letterari in 140 caratteri più complessi e fecondi. Ad esempio si chiama proprio "Twitteratura" l'iniziativa intrapresa nel 2009 dal Sole 24 ore che spronava i lettori a raccontare storie, divise per macro-argomenti, in un sol tweet. Simile, ma più orientato verso la micro-descrizione di personaggi e vite vissute, l'interessante progetto @Micronarrativa.
Tantissimi gli esempi in lingua spagnola: @microcuentos (presente solo su Twitter e sprovvista di blog), @micropoesia (che sforna tweet poetici che hanno a che fare quindi con l'ulteriore "limite" della metrica), @cuentosminimos e @cruciforme ...
C'è poi chi si è spinto oltre, arrivando a concepire un progetto di narrativa transmediale partendo da Twitter. È il caso di Jordi Cervera, un giornalista/scrittore catalano che ho intervistato nel novembre 2010 durante un mio soggiorno studio a Barcellona. Quello che segue è un montaggio tradotto in italiano della chiacchierata tenutasi in un bar di calle Diagonal, a due passi da Radio Catalunya, dove lavora. Il tutto è incentrato sull'opera grazie al quale ho scoperto chi fosse Cervera e che mi ha incuriosito a tal punto da indurmi a contattare l'autore ed arrivare fino a Barcellona per intervistarlo:Serial Chicken, un “giallo” (una “novela negra”) creato e diffuso interamente su Twitter tra il 13 gennaio e il 6 febbraio 2010 sia in lingua castigliana che in lingua catalana. Duecentosessantaquattro micro-messaggi di lunghezza uguale o inferiore ai canonici centoquarantacaratteri per raccontare gli sbraiti di un vecchio commissario frustrato, alle prese con una serie di omicidi accomunati dalla misteriosa presenza di galline nei luoghi dei delitti.
Il risultato finale non convince sotto alcuni aspetti. L'ironia ad esempio, tranne qualche feconda eccezione, è fin troppo "facile", mentre la musica linkata nei tweet risulta quasi sempre didascalica e prevedibile (a riguardo ho altre preferenze). L'esperimento si rivela comunque davvero molto interessante, anche perché Cervera ha avuto il grande merito di cogliere l'essenza del mezzo: al compito affidatogli dagli organizzatori del Festival Bcn Negra di scrivere un micro giallo su Twitter, lo scrittore ha risposto scegliendo la strada più difficile e meno battuta. Costruire il racconto tweet dopo tweet spronando il feedback dei lettori, cogliendo opportunità transmediali e scrivendo giorno dopo giorno senza sapere dove la storia sarebbe andata a parare, anche perché, come dice Wu Ming 2: «scrivere una storia che si sa come va a finire è noioso almeno quanto leggere una storia che si sa come va a finire».
Uso Twitter per: denunciare la grande rapina dei padri verso i figli, tifare Juve, spiegare come si usa il web, pensare politicamente, amare
— Mario Adinolfi (@marioadinolfi) January 7, 2012
Sapevate che esiste *il giornale online degli italiani nati dopo il 1° gennaio 1970*? (recita così il suo sottotitolo-epiteto). Si chiamaThe Daily Week, e il suo fondatore, di origine italiana (Roma) e nato dopo il 1970 (1971), è Mario Adinolfi, nome piuttosto noto sia in tv che in rete (lo ricordo anche come candidato giovine e dinamico alla primarie pd del 2007, mentre dalla sua bio di Twitter scopro che è pure un gran giocatore di poker, come del resto egli stesso non perde occasione di ricordare). Le pagine di questo giornale di (o "per"?) giovani italiani, hanno di recente ospitato, a firma del sopracitato direttore, un "decalogo per twitter". A me non è piaciuto manco un po' e compito delle prossime righe è cercare di far capire il perché.
Premessa: c'è chi storce subito il naso dinanzi a operazioni del genere, al di là dei contenuti proposti. È il caso di Luca Padovano aka @asinomorto, che pure ama tantissimo le meta-riflessioni sul mezzo (l'ho "conosciuto" tramite alcuni ispirati tweet sfornati nei giorni di #twitterisnotfb). Proprio in relazione al post di Adinolfi che avevo linkato, @asinomorto ha duettato con @danffi stroncando "in sè" la stesura di un *decalogo per twitter*.
Sebbene la formula delle 10 regole, pur di grande presa, non convinca neanche a me (preferisco tentativi più discorsivi come quello, limitato però all'uso di Twitter da parte delle case editrici, che ho abbozzato rispondendo alle domande di @artnite per LibrInnovando) reputo comunque potenzialmente molto utile provare a consigliare e indirizzare coloro che si sono iscritti da poco e/o quelli che ne fanno un utilizzo distratto e poco consapevole. La "grammatica" di Twitter del resto non è poi così semplice da imparare per una matricola, sopratutto se la matricola in questione viene da Facebook e si aspetta di trovare un ambiente simile: qualche saggio "maestro", se scevro dai tanto frequenti quanto insopportabili tic da guru dei social media, si fa opportuno per aiutare a "alfabetizzare" la massa critica.
Ma proprio perché ci troviamo in un momento di grande espansione del numero di nuovi iscritti a Twitter, e visto che spesso gli articoli di testate mainstream che parlano di questo mezzo lo fanno in maniera disinformata e/o caricaturale, è particolarmente importante evitare che questi consigli, quale che sia la forma scelta per comunicarli, risultino approssimativi. E proprio l'aggettivo "approssimativo" ben si presta a descrivere alcune parti del pezzo di Adinolfi. Il concetto basilare che cerca di esprimere - usare Twitter in modo critico eliminando il cazzeggio - è condivisibile, così come è cosa buona e giusta spronare a non sbavare dietro ai vip cercando il riflesso della loro luce, e al contempo criticare i vip stessi quando usano questo mezzo come megafono pubblicitario o come chat. Ma, al di là del tono usato da Adinolfi che m'ha reso il pezzo antipatico a pelle fin dalle prime righe, c'è un punto su cui non riesco a transigere e che fa scadere il valore di tutto il decalogo. Si tratta proprio della regola numero 1, in grado di farmi subito cascare le braccia.
Topologna. Detective Topo Lino vs Mc Flavour Flav.
«Mi ha accompagnato Manettoni, con tutti i corpi scelti di Topologna, se non te ne ricordi, Flavour Flav, a proposito, la sveglia dove l’hai lasciata? Hai centinaia di cannoni di tutte le misure puntati verso il tuo buco del culo, hai presente? Prova ad accendere la tv e vedrai Manettoni e tutti quei bravi ragazzoni bianchi del dipartimento farti ciao ciao con la manina! Ah già, ma dimenticavo: Don’t believe the hype».
Dei dodici, dicembre è il mese più Disney di tutti. Walt è nato a dicembre ("ha" da poco compiuto 110 anni tondi tondi) e, come ha ricordato un riuscito tweet del fumettista Tito Faraci, pure Paperon de' Paperoni festeggia
il compleanno quel mese (appena 64 primavere). Ma
soprattutto dicembre è Disney perché nel periodo natalizio i suoi classici invadono i palinsesti televisivi e vengono rispolverati da molti nostalgici. Del resto bastava dare un'occhiata ai Trending Topics (a volte meglio non farlo) delle scorse settimane per rendersi conto di come i film Disney avessero monopolizzato l'attenzioni di molti, innescando anche riflessioni sul rapporto sempre più stretto tra Twitter e televisione.
Dicembre è passato. Se volete proseguire il viaggio nel mondo Disney forse sarebbe il caso di provare a intraprendere rotte altre. Come? Ad esempio seguendo il consiglio del mio amico @tylerdurdan, che proprio il giorno del compleanno di zio Walt ha spronato i suoi follower a leggersi Pantegane e Sangue. Che roba è? Pantegane e Sangue è il racconto numero due della raccolta Anatra all'Arancia Meccanica,
ultima uscita editoriale di Wu Ming per Einaudi Stile Libero. Non un
racconto qualsiasi: si tratta del primissimo scritto del collettivo. Come si legge nella postilla, il
tentativo di Wu Ming è stato quello di descrivere un mondo Disney malsano e
andato fuori carreggiata («Ovviamente, noi pensiamo che la parodia non faccia che disvelare l'intima verità
di quel mondo» chiosa Wu Ming). Tentativo riuscitissimo anche grazie ad una vis comica dirompente che esplode con altrettanta potenza nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Canard à l'orange mècanique, dove Anatrino prende marxianamente coscienza della sua condizione di papero sfruttato. E il banco salta.
Autodefinitesi - a ragione - l'evento editoriale italiano più social di sempre, Librinnovando, tenutosi a Milano lo scorso 25 novembre (2° edizione), ha ospitato dibatti, presentazioni e workshop sul futuro dell'editoria. Tra gli oratori c'era anche Arturo Robertazzi aka @artNite, chimico, blogger e scrittore che vive a Berlino. L'autore diZagreb, incuriosito dalla mia intervista al Wu Ming 1, ha ben pensato di rendermi partecipe della sua approfondita ricerca sui profili twitter di alcune case editrici italiane, intervistandomi via mail a riguardo. Le sue tre semplici domande, poste anche a Angelo Ricci e miss Aisara (perché proprio noi tre? Perché secondo Arturo - come epiteta lui nessuno mai :) - siamo *tuitteri un po' speciali*), hanno fatto emergere quelli che penso siano utilizzi virtuosi di Twitter, e al contempo quelli che ritengo invece essere nefasti, indicando un modello (un bot!) da imitare.
In principio doveva essere un botta e risposta via mail. «Massima disponibilità, inviaci pure le domande» twittava @wu_ming_foundt pochi minuti dopo la mia richiesta di intervistare il Collettivo a prezioso corredo della mia tesi. Il cospicuo e colpevole ritardo nella consegna delle questioni e la copiosità delle stesse, ha cambiato però, inevitabilmente, le carte in tavola. Wu Ming 1: «Guarda Francesco, te lo dico chiaramente, senza girarci intorno: per come siamo messi ora, è impossibile che chiunque di noi trovi entro breve il tempo di rispondere per iscritto a domande così articolate, e soprattutto numerose. La risposta per iscritto divorerebbe ore e ore, che al momento nessuno di noi ha. Forse ha più senso che in uno dei prossimi giorni tu faccia un salto rapido a Bologna, facciamo una chiacchierata di un paio d'ore, prendi appunti e poi li usi come ti pare. Puoi anche registrare, ma poi ti toccherebbe pure trascrivere, altro compito divora-tempo. Ps: il pezzo su #AaAm che ci hai inviato è *molto buono*». Detto fatto. Ho preso il treno, ho fatto le mie domande e ho registrato. Ho «alzato il culo dalla sedia» per dirla alla Wu Ming, facendo convergere rete e strada. E come vaticinato, lo sbobinamento della registrazione ha divorato tempo prezioso che sarebbe servito a tappare alcune falle della tesi. Pazienza, ne è valsa la pena: la serie di risposte date da Wu Ming 1 toccano punti nevralgici, confermano e approfondiscono molte mie impressioni, ne confutano delle altre suggerendo nuovi punti di vista, rigorosamente sghembi. Si parte da Twitter per arrivare a parlare di dinamiche editoriali, politiche di movimento, narrazioni tossiche.
La misteriosa scomparsa nei Trendings Topics di Twitter dello hashtag #notav e il conseguente riuscitissimo dirottamento di #saldi, hanno palesato le storture dell'algoritmo dei TT e al contempo generato un fecondo parziale boicotaggio di tale logica distorta. Quanto avvenuto si riallaccia a riflessioni di più ampio respiro sul ruolo degl'algoritmi che filtrano i contenuti in rete. Nel video sopra postato, Eli Pariser - non menzionando Twitter e l'algoritmo "scemo" che governa i TT bensì analizzando i casi ben diversi di Google e Facebook - ci parla delle "gabbie di filtri" create da selezioni algoritmiche accomodanti che tendono ad appiattire i contenuti secondo un criterio di rilevanza imposto, tale da alterare la libera navigazione e tradire l'essenza stessa del web. Percorsi personalizzati, sartoriali, cuciti a misura d'utente: la cosa suona bene ma nasconde rischi sui cui è doveroso fermarsi a riflettere.
Il 23 settembre 2010 Wu Ming consigliò via twitter la consultazione on-line del Casellario Politico Centrale, un vasto archivio nato nel 1894 ma ampliato e potenziato durante il regime fascista, contenente ben 158.000 schede di individui considerati sovversivi di cui sono indicati dati anagrafici, appartenenza politica, mestiere e altre annatoziani aggiuntive.
Alla ricerca delle proprie radici ribelli, molti utenti che avevano letto il tweet esortativo consultarono l'archivio on-line commentando poi con sorpreso entusiasmo la scoperta di avere bisnonni o compaesani anti-fascisti, generando cosi' un virtuoso flusso di messaggi in 140 caratteri. Quel semplice tweet di Wu Ming, insieme a quelli susseguitesi poi in una pioggia di retweets e menzioni, ebbe il merito di togliere la polvere dal sito dell'Archivio di Stato e sopratutto da questa particolare possibilità che offre, tanto interessante quanto poco reclamizzata.
L'eco di quanto successo ha raggiunto anche i media mainstream con un articolo uscito per la sezione di Bologna di Repubblica, e con un altro pubblicato dal Venerdi. Grazie a Storify, piattaforma che permette di "costituire blocchi componibili, "lego di informazione" sempre riordinabili" (cit. Jumpin Shark) ho provato a costruire un flusso multimediale selezionando alcuni dei tweet più riusciti e altro materiale video e testuale inerente il casellario, per raccontare questo calzante esempio delle potenzialità di Twitter e dell'utilizzo intelligente che ne fa Wu Ming.