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Francesco Spè
Il Web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (aka Jumpinshark) è un libro
importante. Per quanto ne so è il primo che analizza
sistematicamente e specificamente il giornalismo digitale in Italia.
Dal libro emerge un quadro in cui grandi testate che sono andate
online (Repubblica e il Corriere della Sera su tutte) e più o meno
piccole testate native digitali competono per accaparrarsi i click
degli utenti e accrescere la loro unica fonte di introito che è la
pubblicità. In questo contesto le notizie scandalistiche e curiose
della colonna di destra, che sono un po’ il marchio distintivo e
onnipresente del siti di informazione online, sono solo una parte di
un fenomeno ampio in cui l’intreccio di fattori come la crisi
economica e la scarsa propensione degli utenti a pagare per i
contenuti online creano un clima poco favorevole alla sperimentazione
di approcci innovativi che accrescano indipendenza ed autorevolezza
del giornalismo digitale. In
questa intervista fiume, a cui Jumpinshark si è pazientemente
sottoposto, partiamo dalle suggestioni del libro per allargare il
discorso all’editoria digitale e alle opportunità, e limiti, di
Internet come mezzo di informazione: Jumpinshark ci racconta come si
fa la “manutenzione della notizia” sul web e di come il contesto
digitale (ed economico) molto spesso imponga vizi e virtù del modo
di fare comunicazione online come oggi lo conosciamo.
DF: Sul web sei noto come Jumpinshark e prima che uscisse il libro non ti eri mai firmato con nome e cognome. Come mai questa volta hai scelto di firmarti anche Alessandro Gazoia?
Sono convinto che pubblicando solo con il mio pseudonimo, nickname, nom de plume avrei danneggiato il libro e la casa editrice. Se avessi scritto un testo narrativo lo avrei firmato come Jumpinshark, affrontando volentieri le critiche, serie e meno serie, di molti (Jumpinshark è pseudonimo stupido, d’accordo, ma, si licet, Italo Svevo non è nome vero e Peter Finlay con il nom de plume DBC Pierre, dove DBC sta per dirty but clean, ha vinto un Booker Prize…). E se avessi scritto un saggio sulla street art in Italia o un fumetto (Zerocalcare, Makkok ecc.) avrei “dovuto” usare uno pseudonimo, perché in quei contesti e in quel genere letterario va bene cosi. Il nostro comune amico Flavio Pintarelli pubblicherà un libro sullo skate per Agenzia X e gli continuo a dire, scherzando sul serio, di trovarsi al più presto un nick d’impatto (forse Pintask8 spacca abbastanza), perché in quel caso, stimato editore di movimento e tema metropolitano, il mero nome anagrafico stona, diciamo. Invece scrivere un testo sul giornalismo italiano e firmarlo con uno pseudonimo crea problemi, perché, in quel contesto italiano (e non solo italiano), si tende a considerare le identità di rete come qualcosa di poco serio e molto deresponsabilizzante. E se anche il libro fosse stato preso in considerazione mi avrebbero messo nella posizione del blogher cupo che trafika con le parole e scrive il libro contro i giornalisti... Non volevo quindi dover continuamente difendere lo pseudonimo e (argh) la qualifica di blogher, spostando su questi l’attenzione; non sarebbe stato giusto né per il testo né per l’editore: il mio ebook si sforza di essere oggettivo ed è (per quel che ne comprendo io) onesto, il taglio non è polemico e le critiche, pur presenti, evitano sempre l’aggressione e le urla. Quindi, come diceva mia nonna, paese che vai usanza che trovi e via con Alessandro Gazoia se serve a discutere nel merito.




