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IL GIORNALISMO DIGITALE IN ITALIA. Intervista a Alessandro Gazoia aka Jumpinshark, autore di "Il web e l'arte della manutenzione della notizia"


Una delle tante ipotesi di post che dormono nella sezione bozze di questo blog si intitola: L'aspirante blogger troppo cronopio per diventare tale, ovvero: non siamo tutti Jumpinshark. L'amena trovata muoveva dalla banale constatazione di come l'enormità di spunti appuntati su taccuini e post-it virtuali riuscisse solo raramente a concretissarsi in pezzi compiuti e appaganti, complice, tra le altre cose, una mia cronica simpatia per la procrastinazione.  Quando, mesi e mesi fa, parlai con la mia amica Daniela Finizio su Skype di questo problema, lei mi rispose così: «Non hai idea ti come ti capisco su questo, del resto ... non siamo tutto JS :)» dandomi lo spunto per il titolo di quel post mai pubblicato. Daniela non ebbe bisogno di specificare a chi si riferisse con JS e perché avesse scelto lui come esempio virtuoso. JS sta, appunto, per Jumpinshark, un blogger bravissimo dal timbro stilistico peculiare e riconoscibile che sforna post di qualità in sorpredente quantità capaci di spaziare in vari campi dello scibile umano.  Tra questi c'è il giornalismo digitale, con particolare riferimento alle sue storture. L'interesse per l'argomento è sfociato in un saggio edito da Minumum Fax e disponibile esclusivamente in ebook. Jumpinshark mette da parte il sarcasmo tipico del suo blog riuscendo però a essere sottilmente pungente verso scelte editoriali bislacche, oltre a indicare percorsi virtuosi intrapresi e intraprendibili. La Daniela di cui sopra (DF) lo ha intervistato a riguardo su Skype (ogni tanto facevo capolino anch'io - FS - per soddisfare qualche curiosità) e ha accettato volentieri la mia proposta di pubblicare in questo spazio la lunga chiacchierata. A lei la parola.
Francesco Spè

                                                Intervista di Daniela Finizio

Il Web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (aka Jumpinshark) è un libro importante. Per quanto ne so è il primo che analizza sistematicamente e specificamente il giornalismo digitale in Italia. Dal libro emerge un quadro in cui grandi testate che sono andate online (Repubblica e il Corriere della Sera su tutte) e più o meno piccole testate native digitali competono per accaparrarsi i click degli utenti e accrescere la loro unica fonte di introito che è la pubblicità. In questo contesto le notizie scandalistiche e curiose della colonna di destra, che sono un po’ il marchio distintivo e onnipresente del siti di informazione online, sono solo una parte di un fenomeno ampio in cui l’intreccio di fattori come la crisi economica e la scarsa propensione degli utenti a pagare per i contenuti online creano un clima poco favorevole alla sperimentazione di approcci innovativi che accrescano indipendenza ed autorevolezza del giornalismo digitale. In questa intervista fiume, a cui Jumpinshark si è pazientemente sottoposto, partiamo dalle suggestioni del libro per allargare il discorso all’editoria digitale e alle opportunità, e limiti, di Internet come mezzo di informazione: Jumpinshark ci racconta come si fa la “manutenzione della notizia” sul web e di come il contesto digitale (ed economico) molto spesso imponga vizi e virtù del modo di fare comunicazione online come oggi lo conosciamo.

DF: Sul web sei noto come Jumpinshark e prima che uscisse il libro non ti eri mai firmato con nome e cognome. Come mai questa volta hai scelto di firmarti anche Alessandro Gazoia?
Sono convinto che pubblicando solo con il mio pseudonimo, nickname, nom de plume avrei danneggiato il libro e la casa editrice. Se avessi scritto un testo narrativo lo avrei firmato come Jumpinshark, affrontando volentieri le critiche, serie e meno serie, di molti (Jumpinshark è pseudonimo stupido, d’accordo, ma, si licet, Italo Svevo non è nome vero e Peter Finlay con il nom de plume DBC Pierre, dove DBC sta per dirty but clean, ha vinto un Booker Prize…). E se avessi scritto un saggio sulla street art in Italia o un fumetto (Zerocalcare, Makkok ecc.) avrei “dovuto” usare uno pseudonimo, perché in quei contesti e in quel genere letterario va bene cosi. Il nostro comune amico Flavio Pintarelli pubblicherà un libro sullo skate per Agenzia X e gli continuo a dire, scherzando sul serio, di trovarsi al più presto un nick d’impatto (forse Pintask8 spacca abbastanza), perché in quel caso, stimato editore di movimento e tema metropolitano, il mero nome anagrafico stona, diciamo. Invece scrivere un testo sul giornalismo italiano e firmarlo con uno pseudonimo crea problemi, perché, in quel contesto italiano (e non solo italiano), si tende a considerare le identità di rete come qualcosa di poco serio e molto deresponsabilizzante. E se anche il libro fosse stato preso in considerazione mi avrebbero messo nella posizione del blogher cupo che trafika con le parole e scrive il libro contro i giornalisti... Non volevo quindi dover continuamente difendere lo pseudonimo e (argh) la qualifica di blogher, spostando su questi l’attenzione; non sarebbe stato giusto né per il testo né per l’editore: il mio ebook si sforza di essere oggettivo ed è (per quel che ne comprendo io) onesto, il taglio non è polemico e le critiche, pur presenti, evitano sempre l’aggressione e le urla. Quindi, come diceva mia nonna, paese che vai usanza che trovi e via con Alessandro Gazoia se serve a discutere nel merito.

DROGHE E GIORNALISMI: STEREOTIPI, EURISTICHE, “REPERTORIO”

Due settimane fa è morto a Macerata un ragazzo di 24 anni. Overdose. L'ho scoperto al bar sfogliando distrattamente il Corriere Adriatico, che riportava solo le iniziali del defunto, lette le quali è subito partita in me la preoccupata e furiosa ricerca/rassegna mentale delle *persone che conosco i cui nome e cognome iniziano con quelle due lettere e che “ci sta” che siano morte così*. Ricerca che fa il paio con quella, meno allarmata ma forse perfino più smaniosa, che rischia di partire come triste automatismo quando le iniziali sono quelle di un neo arrestato. Se ti trovi dinanzi a quelle lettere puntate associate ad altri “indizi”, si innescano facilmente euristiche fallaci.

Ho appreso il giorno dopo che il ragazzo si chiamava Paride. Non ricordando di conoscere nessuno con quel nome, ho tirato un respiro di sollievo di cui un po' mi vergogno. Come sei anni fa, quando appurai dopo qualche minuto di shock che il ragazzo neanche ventenne morto carbonizzato a seguito di un incidente stradale non era l'amico mio ma un altro con lo stesso cognome. Conoscevo pure lui, ma gli volevo meno bene.

#1Q84, ovvero: "mannaggia a Murakami!" (aspettando #1Q84III)

Illustrazione di Joao Martins
❝ Non ti preoccupare. Per uno scrittore, è tutto nell'opera. Non è necessario aggiungere spiegazioni superflue❞. (Tengo)
❝ La maggior parte delle persone è incapace di giudicare il valore dei libri. Però nessuno vuole rimanere fuori dalla corrente che muove il mondo❞. (Komatsu)
Non avevo mai letto un sol romanzo di Murakami Haruki. Era uno di quegli autori che a pelle non mi ispiravano fiducia e che puntualmente schivavo al momento di scegliere il libro da portare via dalla biblioteca o dalla libreria. Adocchiavo i titoli spesso stimolanti, mi dirigevo in quarta di copertina, leggicchiavo gli incipit, posavo il libro. Per convincermi a superare le mie remore e intraprendere la lettura del suo ultimo romanzo ci è voluta una sequela di tweet scritti da alcuni lettori la cui opinione tengo sempre in conto. @zeropregi, @baruda, @yamunin, @adrianaaaa, @platipuszen e molti altri mi hanno trascinato a procurarmi quel testo. E non sono stato il solo smosso da quei tweet, che parevano così sentiti da risultare maledettamente convincenti (anche se a qualcuno l'overdose di commenti e citazioni ha causato l'effetto inverso!).


Ringrazio l'entusiasmo contagioso di quei tweeps murakaniani perché sebbene il libro in questione - 1Q84 (parte 1 e 2) – non mi abbia completamente rapito come ha fatto con loro, mi sono proprio divertito a leggere le storie che gravitano intorno ai protagonisti Tengo e Anoname e alla due lune sopra le loro teste.

Illustrazione di Sakanami

#TWITTERATURA - "Serial Chicken": un giallo catalano a colpi di tweet. Intervista a Jordi Cervera.

Lo scrittore catalano Jordi Cervera 
in versione "pajarito" di Twitter
Qualche tempo fa #twitteratura è stato l'hashtag (trending topic) usato per parodiare titoli di opere letterarie farcendoli di espressioni proprie del gergo di Twitter. Scorrendo i tweet contenenti questo hashtag, ci si accorge facilmente come nel complesso il risultato si riveli piuttosto banale. Ma #twitteratura è stata ed è anche la parola usata, tanto in Italia quanto in Spagna e nei paesi sudamericani, per indicare esperimenti letterari in 140 caratteri più complessi e fecondi. Ad esempio si chiama proprio "Twitteratura" l'iniziativa intrapresa nel 2009 dal Sole 24 ore che spronava i lettori a raccontare storie, divise per macro-argomenti, in un sol tweet. Simile, ma più orientato verso la micro-descrizione di personaggi e vite vissute, l'interessante progetto @Micronarrativa.


Tantissimi gli esempi in lingua spagnola: @microcuentos (presente solo su Twitter e sprovvista di blog), @micropoesia (che sforna tweet poetici che hanno a che fare quindi con l'ulteriore "limite" della metrica), @cuentosminimos e @cruciforme ...


C'è poi chi si è spinto oltre, arrivando a concepire un progetto di narrativa transmediale partendo da Twitter. È il caso di   Jordi Cervera, un giornalista/scrittore catalano che ho intervistato nel novembre 2010 durante un mio soggiorno studio a Barcellona. Quello che segue è un montaggio tradotto in italiano della chiacchierata tenutasi in un bar di calle Diagonal, a due passi da Radio Catalunya, dove lavora. Il tutto è incentrato sull'opera grazie al quale ho scoperto chi fosse Cervera e che mi ha incuriosito a tal punto da indurmi a contattare l'autore ed arrivare fino a Barcellona per intervistarlo: Serial Chicken, un “giallo” (una “novela negra”) creato e diffuso interamente su Twitter tra il 13 gennaio e il 6 febbraio 2010 sia in lingua castigliana che in lingua catalana. Duecentosessantaquattro micro-messaggi di lunghezza uguale o inferiore ai canonici centoquarantacaratteri per raccontare gli sbraiti di un vecchio commissario frustrato, alle prese con una serie di omicidi accomunati dalla misteriosa presenza di galline nei luoghi dei delitti. 
Il risultato finale non convince sotto alcuni aspetti. L'ironia ad esempio, tranne qualche feconda eccezione, è fin troppo "facile", mentre la musica linkata nei tweet risulta quasi sempre didascalica e prevedibile (a riguardo ho altre preferenze). L'esperimento si rivela comunque davvero molto interessante, anche perché Cervera ha avuto il grande merito di cogliere l'essenza del mezzo: al compito affidatogli dagli organizzatori del Festival Bcn Negra di scrivere un micro giallo su Twitter, lo scrittore ha risposto scegliendo la strada più difficile e meno battuta. Costruire il racconto tweet dopo tweet spronando il feedback dei lettori, cogliendo opportunità transmediali e scrivendo giorno dopo giorno senza sapere dove la storia sarebbe andata a parare, anche perché, come dice Wu Ming 2: «scrivere una storia che si sa come va a finire è noioso almeno quanto leggere una storia che si sa come va a finire».

#AaAM per "Anatra all'arancia meccanica" - Letteratura transmediale (dal libro a Twitter)

         Topologna. Detective Topo Lino vs Mc Flavour Flav.        


 «Mi ha accompagnato Manettoni, con tutti i corpi scelti di Topologna, se non te ne ricordi, Flavour Flav, a proposito, la sveglia dove l’hai lasciata? Hai centinaia di cannoni di tutte le misure puntati verso il tuo buco del culo, hai presente? Prova ad accendere la tv e vedrai Manettoni e tutti quei bravi ragazzoni bianchi del dipartimento farti ciao ciao con la manina! Ah già, ma dimenticavo: Don’t believe the hype».
Dei dodici, dicembre è il mese più Disney di tutti. Walt è nato a dicembre ("ha" da poco compiuto 110 anni tondi tondi) e, come ha ricordato un riuscito tweet del fumettista Tito Faraci, pure Paperon de' Paperoni festeggia il compleanno quel mese (appena 64 primavere). Ma soprattutto dicembre è Disney perché nel periodo natalizio i suoi classici invadono i palinsesti televisivi e vengono rispolverati da molti nostalgici. Del resto bastava dare un'occhiata ai Trending Topics (a volte meglio non farlo) delle scorse settimane per rendersi conto di come i film Disney avessero monopolizzato l'attenzioni di molti, innescando anche riflessioni sul rapporto sempre più stretto tra Twitter e televisione.


Dicembre è passato. Se volete proseguire il viaggio nel mondo Disney forse sarebbe il caso di provare a intraprendere rotte altre. Come? Ad esempio seguendo il consiglio del mio amico @tylerdurdan, che proprio il giorno del compleanno di zio Walt ha spronato i suoi follower a leggersi Pantegane e Sangue. Che roba è? Pantegane e Sangue è il racconto numero due della raccolta Anatra all'Arancia Meccanica, ultima uscita editoriale di Wu Ming per Einaudi Stile Libero. Non un racconto qualsiasi: si tratta del primissimo scritto del collettivo. Come si legge nella postilla, il tentativo di Wu Ming è stato quello di descrivere un mondo Disney malsano e andato fuori carreggiata («Ovviamente, noi pensiamo che la parodia non faccia che disvelare l'intima verità di quel mondo» chiosa Wu Ming). Tentativo riuscitissimo anche grazie ad una vis comica dirompente che esplode con altrettanta potenza nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Canard à l'orange mècanique, dove Anatrino prende marxianamente coscienza della sua condizione di papero sfruttato. E il banco salta.

Twitter, dinamiche editoriali, narrazioni tossiche ... @akaOnir intervista Wu Ming 1




Parco della Montagnola, Bologna
16 Giugno 2011

In principio doveva essere un botta e risposta via mail. «Massima disponibilità, inviaci pure le domande» twittava @wu_ming_foundt pochi minuti dopo la mia richiesta di intervistare il Collettivo a prezioso corredo della mia tesi. Il cospicuo e colpevole ritardo nella consegna delle questioni e la copiosità delle stesse, ha cambiato però, inevitabilmente, le carte in tavola. Wu Ming 1: «Guarda Francesco, te lo dico chiaramente, senza girarci intorno: per come siamo messi ora, è impossibile che chiunque di noi trovi entro breve il tempo di rispondere per iscritto a domande così articolate, e soprattutto numerose. La risposta per iscritto divorerebbe ore e ore, che al momento nessuno di noi ha. Forse ha più senso che in uno dei prossimi giorni tu faccia un salto rapido a Bologna, facciamo una chiacchierata di un paio d'ore, prendi appunti e poi li usi come ti pare. Puoi anche registrare, ma poi ti toccherebbe pure trascrivere, altro compito divora-tempo. Ps: il pezzo su #AaAm che ci hai inviato è *molto buono*». Detto fatto. Ho preso il treno, ho fatto le mie domande e ho registrato. Ho «alzato il culo dalla sedia» per dirla alla Wu Ming, facendo convergere rete e strada. E come vaticinato, lo sbobinamento della registrazione ha divorato tempo prezioso che sarebbe servito a tappare alcune falle della tesi. Pazienza, ne è valsa la pena: la serie di risposte date da Wu Ming 1 toccano punti nevralgici, confermano e approfondiscono molte mie impressioni, ne confutano delle altre suggerendo nuovi punti di vista, rigorosamente sghembi. Si parte da Twitter per arrivare a parlare di dinamiche editoriali, politiche di movimento, narrazioni tossiche.

L'Atelier Wu Ming - Una mappa mentale



Questa efficacissima mappa mentale che cerca - riuscendoci - di rappresentare le caratteristiche peculiari del lavoro artigianale del Collettivo Wu Ming, è stata realizzata nel gennaio 2009 da Donatella Plastino durante l'intervento di WM1 al Master in Comunicazione, Management e Nuovi Media", presso l'Università di San Marino, su invito della docente Giovanna Cosenza.