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Della complessità del Verdicchio (e del mondo): "NOn è il viNo dell'eNOlogo - Lessico di un vignaiolo che dissente".


“E poi, in Italia, c'è il razzismo verso il vino bianco. Ai rossisti più intransigenti, così come ai puristi del vino tecnico, ci sono alcuni  vini bianchi che vorrei far assaggiare, per comunicare il concetto difficile e controverso di complessità”. (Corrado Dottori, Non è il vino dell'enologo)

Non è il vino dell'enologo me lo sono letto tutto d'un sorso. Scorre giù che è un piacere sottoforma di zibaldone di pensieri, che diviene lessico *per un'altra contadinità*, personale manifesto contro la costruzione enologica di un gusto innocuo che non tollera tensioni e contrasti. Alla lettera C arriva il termine fulcro: "complessità". L'autore, il vignaiolo dissidente Corrado Dottori, ha scritto un libro complesso come il suo vino Verdicchio, dove tematiche quali la globalizzazione, altrove ridotte a slogan, vengono qui affrontate nelle proprie profonde contraddizioni.

Si parla di vino per parlare di altro, lo avrete capito. C'è tanta musica ad esempio: Kind of blue di Miles Davis, Civilians di Joe Henry, Hallelujah, quella di Jeff Buckley e pure The Heart of Saturday night di un giovane Tom Waits, all'epoca sprovvisto della sua inconfondibile e irresistibile voce martoriata.

Il racconto inizia con la morte, improvvisa, del padre del narratore. L'intimo ricordo del loro rapporto e il duro percorso dell'elaborazione del lutto costituiscono uno dei fili rossi del libro. «Perché la realtà è che passato il dolore resta il vuoto. Quando dall'altra parte della cornetta manca una voce, quando non ti appare più quel viso, quando ti viene in mente un ricordo e non puoi più condividerlo».

DROGHE E GIORNALISMI: STEREOTIPI, EURISTICHE, “REPERTORIO”

Due settimane fa è morto a Macerata un ragazzo di 24 anni. Overdose. L'ho scoperto al bar sfogliando distrattamente il Corriere Adriatico, che riportava solo le iniziali del defunto, lette le quali è subito partita in me la preoccupata e furiosa ricerca/rassegna mentale delle *persone che conosco i cui nome e cognome iniziano con quelle due lettere e che “ci sta” che siano morte così*. Ricerca che fa il paio con quella, meno allarmata ma forse perfino più smaniosa, che rischia di partire come triste automatismo quando le iniziali sono quelle di un neo arrestato. Se ti trovi dinanzi a quelle lettere puntate associate ad altri “indizi”, si innescano facilmente euristiche fallaci.

Ho appreso il giorno dopo che il ragazzo si chiamava Paride. Non ricordando di conoscere nessuno con quel nome, ho tirato un respiro di sollievo di cui un po' mi vergogno. Come sei anni fa, quando appurai dopo qualche minuto di shock che il ragazzo neanche ventenne morto carbonizzato a seguito di un incidente stradale non era l'amico mio ma un altro con lo stesso cognome. Conoscevo pure lui, ma gli volevo meno bene.