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DROGHE E GIORNALISMI: STEREOTIPI, EURISTICHE, “REPERTORIO”

Due settimane fa è morto a Macerata un ragazzo di 24 anni. Overdose. L'ho scoperto al bar sfogliando distrattamente il Corriere Adriatico, che riportava solo le iniziali del defunto, lette le quali è subito partita in me la preoccupata e furiosa ricerca/rassegna mentale delle *persone che conosco i cui nome e cognome iniziano con quelle due lettere e che “ci sta” che siano morte così*. Ricerca che fa il paio con quella, meno allarmata ma forse perfino più smaniosa, che rischia di partire come triste automatismo quando le iniziali sono quelle di un neo arrestato. Se ti trovi dinanzi a quelle lettere puntate associate ad altri “indizi”, si innescano facilmente euristiche fallaci.

Ho appreso il giorno dopo che il ragazzo si chiamava Paride. Non ricordando di conoscere nessuno con quel nome, ho tirato un respiro di sollievo di cui un po' mi vergogno. Come sei anni fa, quando appurai dopo qualche minuto di shock che il ragazzo neanche ventenne morto carbonizzato a seguito di un incidente stradale non era l'amico mio ma un altro con lo stesso cognome. Conoscevo pure lui, ma gli volevo meno bene.

Twitter "in" due domeniche. Dai nervi #saldi No-Tav ai riflessi condizionati pro (?) #Bobbio (No-servo)

Da un muro trovato in rete
«Noi siamo come i cani di Pavlov. Pavlov suona il campanaccio. E noi corriamo. Perché quando il campanaccio suona, bisogna correre. È così che va. È automatico. Pure coi morti è così. C’è un morto. C’è la rabbia. C’è il ricordo. È così che va. È automatico». ("La Profezia dell'Armadillo", Zero Calcare)

Twitter annunciava censure. Immediata la reazione di molti utenti inferociti, talmente immediata da sembrarmi poco informata e impulsiva. Parimenti poco informato, spronavo me stesso a seguire almeno ogni tanto il provocatorio consiglio inciso sullo sfondo del mio profilo: sfanculeggiare Twitter e (ri)cominciare a "scriverlo" sui muri. La mia amica @valijolie - connessa tanto ai social media quanto ai movimenti - rispondeva così:


Appena un paio di giorni dopo, proprio una scritta su un muro, demistificata ad arte, è stata il facile bersaglio di una mannara collettiva a colpi di tweet, fomentata principalmente da un paio di utenti molti seguiti e spesso dediti a "giocare" con hashtag e trending topics.

Abolire link e hashtag! ovvero: come depauperare la "cifra" di Twitter



Sapevate che esiste *il giornale online degli italiani nati dopo il 1° gennaio 1970*? (recita così il suo sottotitolo-epiteto). Si chiama The Daily Week, e il suo fondatore, di origine italiana (Roma) e nato dopo il 1970 (1971), è Mario Adinolfi, nome piuttosto noto sia in tv che in rete (lo ricordo anche come candidato giovine e dinamico alla primarie pd del 2007, mentre dalla sua bio di Twitter scopro che è pure un gran giocatore di poker, come del resto egli stesso non perde occasione di ricordare). Le pagine di questo giornale di (o "per"?) giovani italiani, hanno di recente ospitato, a firma del sopracitato direttore, un "decalogo per twitter". A me non è piaciuto manco un po' e compito delle prossime righe è cercare di far capire il perché.
Premessa: c'è chi storce subito il naso dinanzi a operazioni del genere, al di là dei contenuti proposti. È il caso di Luca Padovano aka @asinomorto, che pure ama tantissimo le meta-riflessioni sul mezzo (l'ho "conosciuto" tramite alcuni ispirati tweet sfornati nei giorni di #twitterisnotfb). Proprio in relazione al post di Adinolfi che avevo linkato, @asinomorto ha duettato con @danffi stroncando "in sè" la stesura di un *decalogo per twitter*.


Sebbene la formula delle 10 regole, pur di grande presa, non convinca neanche a me (preferisco tentativi più discorsivi come quello, limitato però all'uso di Twitter da parte delle case editrici, che ho abbozzato rispondendo alle domande di @artnite per LibrInnovando) reputo comunque potenzialmente molto utile provare a consigliare e indirizzare coloro che si sono iscritti da poco e/o quelli che ne fanno un utilizzo distratto e poco consapevole. La "grammatica" di Twitter del resto non è poi così semplice da imparare per una matricola, sopratutto se la matricola in questione viene da Facebook e si aspetta di trovare un ambiente simile: qualche saggio "maestro", se scevro dai tanto frequenti quanto insopportabili tic da guru dei social media, si fa opportuno per aiutare a "alfabetizzare" la massa critica.

Ma proprio perché ci troviamo in un momento di grande espansione del numero di nuovi iscritti a Twitter, e visto che spesso gli articoli di testate mainstream che parlano di questo mezzo lo fanno in maniera disinformata e/o caricaturale, è particolarmente importante evitare che questi consigli, quale che sia la forma scelta per comunicarli, risultino approssimativi. E proprio l'aggettivo "approssimativo" ben si presta a descrivere alcune parti del pezzo di Adinolfi. Il concetto basilare che cerca di esprimere - usare Twitter in modo critico eliminando il cazzeggio - è condivisibile, così come è cosa buona e giusta spronare a non sbavare dietro ai vip cercando il riflesso della loro luce, e al contempo criticare i vip stessi quando usano questo mezzo come megafono pubblicitario o come chat. Ma, al di là del tono usato da Adinolfi che m'ha reso il pezzo antipatico a pelle fin dalle prime righe, c'è un punto su cui non riesco a transigere e che fa scadere il valore di tutto il decalogo.  Si tratta proprio della regola numero 1, in grado di farmi subito cascare le braccia.

Regola 1. Abolire FF, TT, MT, # e twit con link. 

Della "rilevanza" imposta e di altre storture: Eli Pariser sulle "gabbie di filtri" che uccidono la rete


La misteriosa scomparsa nei Trendings Topics di Twitter dello hashtag #notav e il conseguente riuscitissimo dirottamento di #saldi, hanno palesato le storture dell'algoritmo dei TT e al contempo generato un fecondo parziale boicotaggio di tale logica distorta. Quanto avvenuto si riallaccia a riflessioni di più ampio respiro sul ruolo degl'algoritmi che filtrano i contenuti in rete. Nel video sopra postato, Eli Pariser - non menzionando Twitter e l'algoritmo "scemo" che governa i TT bensì analizzando i casi ben diversi di Google e Facebook - ci parla delle "gabbie di filtri" create da selezioni algoritmiche accomodanti che tendono ad appiattire i contenuti secondo un criterio di rilevanza imposto, tale da alterare la libera navigazione e tradire l'essenza stessa del web. Percorsi personalizzati, sartoriali, cuciti a misura d'utente: la cosa suona bene ma nasconde rischi sui cui è doveroso fermarsi a riflettere.